Il 17 luglio RFI ha fatto nuovamente “STRIKE”

StrikeTravolti da un treno nel Nisseno, sulla linea che da Licata porta a Gela, Vincenzo Riccobono, 54 anni, di Agrigento, Antonio La Porta, 55 anni, di Porto Empedocle (Ag), Luigi Gazziano, 57 anni, di Aragona (Ag), son gli ultimi 3 ferrovieri di RFI che hanno pagato con la vita il privilegio di lavorare nelle ferrovie più sicure del mondo.
Il copione è collaudato, cordoglio per le vittime, come negarlo, occultamento dei fatti e con un po’ di fortuna si scaricherà ai colleghi morti pure la colpa di ciò che è accaduto.
Il tutto condito dal nauseabondo sostegno, che a questo rituale, filt, fit, uilt, orsa, ugl e fast, offrono ad un’azienda (RFI) che dell’immunità ha fatto il proprio cavallo di battaglia.
Eppure per capire cosa stia accadendo, basterebbe approfondire il clima in cui si opera, non serve a niente capire cosa è accaduto dopo, se non si ha ben chiaro il perché si sia arrivati a quel punto.
La concomitanza con la sentenza che riconferma il licenziamento di Antonini, merita una riflessione ancor più accurata alla luce di questa nuova tragedia, perché finché un’azienda come RFI, potrà impunemente licenziare chi le ostacoli i tentativi, nemmeno così celati, di occultare la verità, difficilmente sarà pensabile che si possa arrestare questa strage infinita che colpisce, manutentori in testa, tutti coloro che lavorano in mezzo hai binari.
Ma non ci stancheremo mai di ripeterlo, conoscere la dinamica lascia il tempo che trova, certo è probabile che ci diranno che mancavano le tabelle, che l’IPC non è stato applicato alla lettera, e chissà che altro, ma non ci diranno, che tutta la catena di comando era a conoscenza di come quei lavoratori operavano e che se il numero di morti non è ancora più alto è perché paradossalmente, siamo particolarmente “fortunati”.
Inoltre tutto questo accade nella più assoluta rassegnazione, come se fosse l’ineluttabile destino a cui siamo soggetti.
Noi non ci stiamo, “la fine del cappone in peius”, non può essere il nostro orizzonte, occorre che la sicurezza torni ad essere un valore inalienabile, perché la sicurezza nel trasporto ferroviario è un diritto di tutti, di chi ci lavora, di chi ci viaggia e anche di chi ci vive intorno.
Occorre sia però chiaro che se è un problema di tutti noi, non possiamo pensare che si possa risolvere confidando nell’esclusivo impegno di qualcun altro, ne tantomeno se continueremo ad aderire, per paura, per convenienza o anche solo per quieto vivere, ad una modalità le cui conseguenze ricadono sempre e solo sulle nostre teste.
L’orologio scandisce il tempo e di sicuro riaccadrà e finché tutti insieme non impareremo a dire qualche volta no, continueremo a dover fare i conti con quello che oramai accade sempre più spesso e i riti di commiato riservati a queste circostanze serviranno a ben poco.
Cobas Ferrovieri

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